Lo scorso 21 giugno, circa trenta membri dell’Associazione Formatori Missionari Multisetting Kairos si sono ritrovati per una serata di fraternità, preghiera, riflessione e condivisione. Al centro dell’incontro, la parabola del Buon Samaritano, riletta come modello di prossimità, ascolto e cura delle ferite dell’uomo contemporaneo
Di Aurelio Molè
Il Colosseo, la Cappella Sistina, la Basilica di San Pietro, la Fontana di Trevi e piazza di Spagna sono solo alcuni dei luoghi più iconici della grande bellezza di Roma. La città custodisce quattro basiliche papali, centinaia di chiese e un patrimonio artistico e spirituale che continua ad affascinare il mondo. Eppure, Roma non è soltanto ciò che appare in superficie.
Sotto molte delle chiese che oggi ammiriamo si nasconde una storia sorprendente. Prima delle grandi basiliche, infatti, i primi cristiani si riunivano nelle case: abitazioni vere, luoghi quotidiani e familiari, trasformati dalla fede in spazi di preghiera e comunione. Erano le domus ecclesiae.
Lo ricorda anche san Giustino nella sua Prima Apologia a favore dei cristiani, scritta intorno al 155 d.C., quando descrive i fedeli riuniti nel “giorno del Sole”, la domenica, per ascoltare la lettura dei Vangeli, ricevere l’insegnamento, celebrare l’Eucaristia e vivere la comunione spirituale e dei beni, a sostegno di orfani, vedove, malati, carcerati e forestieri.
La Chiesa prima di essere un edificio, un monumento, era una casa, una famiglia. Sopra le domus ecclesiae, dopo dell’Editto di Costantino del 313 d.C., sono state costruite grandi chiese che ancora oggi segnano il volto della città: da Santi Giovanni e Paolo a Santa Cecilia, da Santa Pudenziana a Santi Silvestro e Martino ai Monti.
Una serata nello spirito delle prime comunità cristiane
Questo breve excursus aiuta a comprendere il senso dell’incontro vissuto lo scorso 21 giugno a Roma, presso l’abitazione privata di Davide e Maddalena Cannella, una famiglia appartenente all’Associazione Formatori Missionari Multisetting Kairos. Per certi versi, quella serata ha richiamato lo spirito originario delle antiche domus ecclesiae: una comunità raccolta in casa per pregare, condividere, riflettere e rinnovare la propria missione.
Circa trenta persone dell’Associazione Kairos si sono ritrovate in un clima di fraternità, preghiera, confronto e cena comune. L’obiettivo era rinnovare lo spirito ispiratore originario, confermare il cammino intrapreso e riportare al centro la vision e la mission di quanti prestano il proprio servizio nell’associazione.
L’incontro si è aperto con l’accoglienza dei partecipanti, la preghiera iniziale e la lettura della parabola del Buon Samaritano, scelta come filo conduttore dell’intera serata. A seguire sono state presentate le attività svolte nel corso dell’anno e le prospettive future dell’associazione, in un clima di dialogo aperto e partecipato.
Il Buon Samaritano come modello di prossimità
Momento centrale dell’incontro è stato l’intervento dello psicoterapeuta Silvestro Paluzzi, cofondatore dell’Associazione Kairos insieme alla moglie, la psicoterapeuta Antonella Tropea. Paluzzi ha offerto una riflessione sul significato umano e cristiano della parabola evangelica, presentando il Buon Samaritano come modello di prossimità e attenzione verso chi soffre, ma anche come immagine di Cristo che si prende cura dell’uomo ferito.
Richiamando la vocazione missionaria di ogni battezzato, Paluzzi ha ricordato che «è il nostro Battesimo che ci invia». La parabola, ha spiegato, pone domande decisive: chi è il mio prossimo? Qual è il mio rapporto con l’altro? Quale responsabilità ho davanti alla sofferenza?
«Questa parabola — ha commentato — ci suggerisce una verità molto scomoda per tutti: il male spesso non nasce dall’odio, ma dall’indifferenza». Si può arrivare a convivere con la sofferenza altrui, ha aggiunto, «perché siamo abili tessitori di questa menzogna». Il Samaritano, invece, compie un cambio di paradigma rispetto al sacerdote e al levita: interrompe il suo cammino, si ferma, lascia che il dolore di uno sconosciuto cambi i suoi programmi.
Quel gesto, ha sottolineato Paluzzi, rappresenta «una rottura con l’egocentrismo naturale dell’essere umano». Il Samaritano, considerato un paria e un uomo ai margini della religiosità ufficiale, compie un “fuori schema”, un decentramento totale. Si china sulla persona ferita perché l’amore non resta sentimento astratto, ma diventa azione concreta.
Psicologia, filosofia e Vangelo
Nel suo intervento, Paluzzi ha intrecciato riferimenti filosofici, psicologici e spirituali per mostrare come la parabola continui a parlare all’uomo di oggi. Emmanuel Levinas vedrebbe nel ferito un volto che chiama e chiede di non essere ignorato; Hegel vi leggerebbe la costruzione di una relazione di riconoscimento reciproco; Nietzsche una prova della qualità della nostra forza; Freud un intreccio di motivazioni inconsce; Edith Stein l’empatia capace di cogliere la persona; Jung un archetipo; Martin Buber una relazione autentica tra “io” e “tu”.
Ma la domanda decisiva, ha spiegato Paluzzi, resta un’altra: chi è davvero il Samaritano? «È Cristo che si prende cura dell’uomo nella sua totalità. Non solo lo cura, ma lo salva». La psicologia, il counselling, la medicina e la psichiatria possono curare, ha aggiunto, «ma solo Cristo salva».
L’uomo ferito lungo la strada, ha proseguito, rappresenta ciascuno di noi: le sue cadute, le sue crisi e il suo abbandono sono anche i nostri. «Quell’uomo ferito sei tu», ha affermato, ricordando che il Missionario Kairos può portare e generare speranza proprio perché lui stesso non è stato abbandonato da Dio. Ha ricevuto un annuncio personale di amore, che dà sostanza a ogni gesto, iniziativa e servizio.
Non si tratta, dunque, di semplice assistenzialismo. «Noi portiamo noi stessi come strumenti, con fiducia, passione, ardore e speranza», ha spiegato Paluzzi, richiamando il valore della testimonianza personale nell’accompagnamento umano e nella relazione di aiuto.
Don Raffaele Leto: Kairos chiamata ad ascoltare il grido
A seguire è intervenuto don Raffaele Leto, parroco di San Paolo Apostolo a Crotone, che ha espresso gratitudine per la recente nomina a consigliere spirituale dell’Associazione Kairos.
Il sacerdote, conosciuto anche come don Lino, ha posto al centro del suo intervento il tema dell’ascolto, richiamando l’immagine biblica di Dio che interviene nella storia perché ascolta il grido del suo popolo. «Mi piace pensare l’Associazione Kairos come generata dallo Spirito, pensata per ascoltare il grido», ha affermato, indicando in questa disponibilità una delle dimensioni più profonde della missione associativa.
Un grido, ha spiegato, al quale Kairos è chiamata a rispondere a partire dall’amore gratuito di Cristo sulla croce, capace di liberare l’uomo dal male compiuto e subito. Don Lino ha poi evidenziato come molte sofferenze rimangano spesso nascoste e senza voce: «C’è un grido inascoltato, un grido che non trova aiuto, che non trova attenzione e cura».
Per questo l’Associazione Kairos è chiamata a porsi in atteggiamento di ascolto e accoglienza verso ogni persona ferita dalla vita.
La dignità della persona al centro
Particolarmente intenso è stato il richiamo alla dignità umana e al valore della relazione. Citando il pensiero cristiano e personalista, don Lino ha ricordato che «le cose si usano, mentre le persone si amano», sottolineando come ogni uomo e ogni donna siano portatori di un valore inestimabile e meritino rispetto, ascolto e accompagnamento.
L’incontro si è concluso con il canto “Fatevi imitatori di Dio”, lo scambio della pace e la benedizione finale. Un momento semplice, ma ricco di significato, che ha espresso il desiderio di proseguire il cammino associativo nella comunione e nella fedeltà al Vangelo.
Un rinnovamento spirituale per i Missionari Kairos
La giornata romana del 21 giugno ha rappresentato per i Missionari Kairos non soltanto un momento organizzativo, ma soprattutto un’occasione di rinnovamento spirituale.
Alla scuola del Buon Samaritano, l’associazione rinnova la propria chiamata ad “ascoltare il grido”, a farsi prossima alle ferite dell’uomo contemporaneo e a testimoniare, con la vita e con il servizio, l’amore di Cristo che si china sull’umanità ferita per curarla e salvarla.